Conciliazione giudiziale: sulle somme dovute si applica l’Iva

Le somme dovute in esito all’adesione ad una conciliazione giudiziale, senza alcuna ammissione di responsabilità, al solo fine di chiudere bonariamente la controversia riguardante presunti danni cagionati ad un immobile condotto in locazione di proprietà di una società privata, devono ritenersi soggette ad Iva, con aliquota ordinaria (Agenzia delle Entrate – Risposta 22 settembre 2020, n. 386)

IL CASO


Nell’ambito di un contenzioso relativo a presunti danni cagionati ad un immobile di proprietà di una società privata, condotto in locazione, il giudice civile formula proposta di conciliazione attraverso la quale il convenuto si obbliga a corrispondere alla società una somma al solo fine di chiudere bonariamente la vicenda e senza alcuna ammissione di responsabilità.
Il dubbio riguarda il trattamento fiscale cui assoggettare le somme dovute in esito alla conclusione della conciliazione giudiziale ed in particolare se per esse sia dovuta l’Iva o l’imposta di registro.

IL PARERE DEL FISCO


Le disposizioni in materia di imposta di registro stabiliscono il principio di alternatività Iva-registro, in base al quale:
– per gli atti relativi a cessioni di beni e prestazioni di servizi soggette all’imposta sul valore aggiunto, l’imposta si applica in misura fissa;
– gli atti non sono soggetti all’imposta proporzionale per la parte in cui dispongono il pagamento di corrispettivi o prestazioni soggetti all’imposta sul valor aggiunto.
Per stabilire il corretto trattamento fiscale delle somme corrisposte in adesione alla conciliazione giudiziale, occorre prioritariamente stabilire la sussistenza o meno dei presupposti ai fini Iva.
In particolare, per quanto concerne il presupposto oggettivo, “costituiscono prestazioni di servizi quelle verso corrispettivo dipendenti da contratti d’opera, appalto, trasporto, mandato, spedizione, agenzia, mediazione, deposito e in genere da obbligazioni di fare, di non fare e di permettere quale ne sia la fonte”.
La base imponibile delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi, ai fini IVA, è costituita dall’ammontare complessivo dei corrispettivi dovuti al cedente o prestatore, secondo le condizioni contrattuali, compresi gli oneri e le spese inerenti all’esecuzione e i debiti o altri oneri verso terzi accollati al cessionario o al committente, aumentato delle integrazioni direttamente connesse con i corrispettivi dovuti da altri soggetti.
Invece, sono escluse dalla base imponibile Iva, tra l’altro, le somme dovute a titolo di rimborso delle anticipazioni fatte in nome e per conto della controparte, purché regolarmente documentate. Si tratta di operazioni inquadrabili nell’ambito del contratto di mandato con rappresentanza, in forza del quale le somme anticipate dal mandatario nei confronti di terzi e poi rimborsate specificamente dal mandante ovvero le somme anticipate dal mandante al mandatario come “provvista fondi” sono escluse dalla base imponibile Iva e, quindi, sono fuori dal campo di applicazione dell’imposta, a condizione che risultino regolarmente documentate da idonea fattura emessa da un terzo ed intestata direttamente al mandante.
Nel caso in esame, la controversia si riferisce a pretesi danni cagionati ad un immobile di proprietà di una società e condotto in locazione, ed il convenuto ha accettato di corrispondere le somme aderendo, senza alcuna ammissione di responsabilità, al solo fine di chiudere bonariamente la vicenda, ad una proposta di conciliazione formulata dal giudice civile,ai sensi dell’articolo 185-bis del c.p.c..
La fattispecie, dunque, non è riconducibile tra le operazioni inquadrabili nell’ambito del contratto di mandato con rappresentanza. Di conseguenza, le somme corrisposte non possono ritenersi dovute a titolo di rimborso delle anticipazioni fatte in nome e per conto della controparte, per le quali è riconosciuta l’esclusione dalla base imponibile Iva.
Tali somme si configurano, più propriamente come rimborso di spese di ripristino per inadempienza contrattuale. D’altra parte, per effetto della conciliazione giudiziale, parte attrice rinuncia ad ogni altra pretesa fondata sull’inadempimento del contratto di locazione, e tale rinuncia è risolutivamente condizionata al corretto e tempestivo adempimento della conciliazione.
In altri termini, il nesso diretto tra l’impegno di rinuncia assunto dalla società e le somme corrisposte dal convenuto, integra il sinallagma tra la prestazione di servizi e la somma di denaro che costituisce il presupposto oggettivo di applicazione dell’IVA.
In conclusione, le somme dovute sulla base della conciliazione intervenuta tra le parti devono ritenersi soggette ad Iva, con applicazione dell’aliquota nella misura ordinaria (22%).

Imposta di registro agevolata per le imprese di costruzione


Forniti chiarimenti in merito all’applicazione dell’imposta di registro, ipotecaria e catastale nella misura fissa di euro 200 ciascuna per i trasferimenti di interi fabbricati a favore di imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare (Agenzia Entrate – risposta 18 settembre 2020, n. 384).

Fino al 31 dicembre 2021, per i trasferimenti di interi fabbricati, a favore di imprese di costruzione o di ristrutturazione immobiliare, anche nel caso di operazioni esenti da Iva, che, entro i successivi dieci anni, provvedano alla demolizione e ricostruzione degli stessi, anche con variazione volumetrica rispetto al fabbricato preesistente, ove consentita dalle vigenti norme urbanistiche, o eseguano, sui medesimi fabbricati, interventi di manutenzione straordinaria, interventi di restauro e di risanamento conservativo e interventi di ristrutturazione edilizia, in entrambi i casi conformemente alla normativa antisismica e con il conseguimento della classe energetica NZEB, A o B, e procedano alla successiva alienazione degli stessi, anche se suddivisi in più unità immobiliari qualora l’alienazione riguardi almeno il 75% del volume del nuovo fabbricato, si applicano l’imposta di registro e le imposte ipotecaria e catastale nella misura fissa di euro 200 ciascuna.


Nel caso in cui le condizioni non siano adempiute nel termine ivi previsto, sono dovute le imposte di registro, ipotecaria e catastale nella misura ordinaria, nonché una sanzione pari al 30% delle stesse imposte.


La descritta disposizione agevolativa non prescrive per l’acquisto dell'”intero fabbricato” la redazione di un unico atto, né impone, quando il fabbricato è composto da più unità immobiliari, la redazione dell’atto di compravendita delle unità che compongono l’intero fabbricato in un unico contesto.


Pertanto, si può anche procedere alla stipula dei due atti integrativi da registrare assolvendo l’imposta di registro in misura fissa e, contestualmente, effettuare il versamento integrativo dell’ammontare delle imposte ipotecaria e catastale, assolte in relazione precedenti atti di compravendita nella misura di euro 50 ciascuna, per adeguarlo all’importo dovuto in misura fissa di euro 200 per ciascuna imposta e per ciascun atto di compravendita.


Lo studio sulla disciplina delle STP dei Commercialisti


Rendere le Società tra professionisti (STP) un modello più e meglio utilizzabile, superandone gli evidenti limiti emersi sin dal momento della loro istituzione. È questo l’obiettivo delle proposte migliorative della normativa contenute nel documento “La disciplina delle società tra professionisti: aspetti civilistici, tributari e previdenziali” messo a punto dal Consiglio e dalla Fondazione nazionale dei commercialisti (CNDCEC – Comunicato 21 settembre 2020).

Muovendo dal principio per cui la STP svolge un’attività professionale e non attività di impresa, i commercialisti propongono di intervenire prevedendo una gestione della società riservata unicamente a soci professionisti e un riconoscimento ai soci professionisti di STP del privilegio per i crediti professionali. Tra le proposte della categoria anche l’esclusione della STP dall’ambito applicativo della legge fallimentare e l’attrazione alla disciplina delle crisi da sovraindebitamento. In ambito fiscale la principale richiesta è quella di mettere a punto una norma di interpretazione autentica sulla neutralità fiscale delle operazioni di conferimento, apporto, trasformazione e fusione di studi individuali, associati e società semplici in STP e delle operazioni inverse.


Accordo tra Italia e Francia trattamento fiscale frontalieri


22 SETT 2020 Prorogato fino al 31 dicembre 2020 l’Accordo tra le Autorità competenti di Italia e Francia concernente il trattamento fiscale dei frontalieri durante l’emergenza Covid-19 (MEF – Comunicato 21 settembre 2020)

In via eccezionale e provvisoria, si accetta che i giorni di lavoro svolti nello Stato di residenza, a domicilio e per conto di un datore di lavoro situato nell’altro Stato contraente, a seguito delle misure adottate per combattere la diffusione del COVID-19, sono considerati giorni di lavoro nello Stato in cui la persona avrebbe lavorato e ricevuto in corrispettivo il salario, lo stipendio e le altre remunerazioni analoghe (“reddito”) in assenza di tali misure.
Si considera che il primo paragrafo del presente accordo amichevole si applica alle persone fisiche residenti in uno Stato contraente che svolgono abitualmente un’attività dipendente nell’altro Stato e che, per il periodo in cui il presente accordo amichevole è applicabile, ricevono in corrispettivo dell’attività dipendente esercitata straordinariamente a causa delle norme sanitarie governative nel loro Stato di residenza, sia a tempo pieno che a tempo parziale, dei redditi;


In via eccezionale e provvisoria, si accetta che i lavoratori che hanno passato più giorni consecutivi nell’altro Stato contraente allo scopo di svolgere la propria attività dipendente per conto di un datore di lavoro situato in detto altro Stato contraente, senza regolare rientro quotidiano nello Stato di residenza a seguito delle misure adottate per combattere la diffusione del COVID-19, sono considerati frontalieri.

Dichiarazione di successione e legati obbligatori disposti per testamento


L’esecutore testamentario che è tra i soggetti obbligati a presentare la dichiarazione di successione ed è possessore dei beni dell’eredità, è tenuto al pagamento dell’imposta di successione (L’Agenzia delle Entrate  – Risposta 18 settembre 2020, n. 379).

Con l’apertura della successione i diritti e i rapporti giuridici attivi e passivi facenti capo al de cuius al momento della sua morte, si trasferiscono ad altri soggetti (eredi e/o legatari), ad esclusione di quei diritti che si estinguono perché strettamente legati alla persona.
La devoluzione ereditaria può avvenire per disposizioni di legge (successione legittima) o mediante testamento (successione testamentaria).
Nella fattispecie in esame, il de cuius ha disposto del suo patrimonio mediante tre testamenti, affidando agli esecutori testamentari il compito di attuarli. Ad entrambi gli esecutori testamentari il testatore ha attribuito un legato a titolo particolare consistente in una somma di denaro.
Anche un erede o un legatario può essere nominato esecutore testamentario (articolo 701 del codice civile).
Ai sensi dell’articolo 28 del TUS sono obbligati a presentare la dichiarazione: i chiamati all’eredità, i legatari, i loro legali rappresentanti, i curatori dell’eredità, gli esecutori testamentari, nonché nei confronti di coloro che succedono per effetto della dichiarazione di morte presunta o che conseguono il possesso temporaneo dei beni dell’assente.
Dalla dichiarazione di successione devono risultare, tra gli altri, i seguenti elementi: “le generalità, la residenza e il codice fiscale dei chiamati all’eredità e dei legatari” (lett. b) , “la descrizione analitica dei beni e dei diritti compresi nell’attivo ereditario con l’indicazione dei rispettivi valori”, “il valore globale netto dell’asse ereditario” (lett.m) e “gli estremi di pagamento delle imposte ipotecaria e catastale, di bollo, delle tasse ipotecarie e dell’imposta sostitutiva di quella comunale sull’incremento di valore degli immobili”(lett. n-bis). Se il dichiarante è un legatario, dalla dichiarazione devono risultare solo gli elementi di cui al comma 1, lettere a) e b),nonché quelli di cui alle lettere c), i) e n) limitatamente all’oggetto del legato, alla lettera f) limitatamente alle donazioni a suo favore e alla lettera l) limitatamente al suo domicilio (articolo 29 del TUS).
In ragione dell’ufficio di esecutore testamentario, l’istante figura tra i soggetti obbligati sia a presentare la dichiarazione di successione entro il termine di dodici mesi decorrente dalla data in cui ha avuto notizia legale della sua nomina ai sensi dell’articolo 31, comma 2, lett. a) del TUS, che a indicare gli elementi richiesti dal primo comma dell’articolo 29 del stesso Testo Unico.
La dichiarazione di successione dovrà quindi essere presentata dall’istante indicando nel frontespizio della dichiarazione il codice carica “7”: esecutore testamentario. A tal fine, sono in corso di implementazione gli interventi tecnici per la rimozione del controllo informatico segnalato nell’istanza.
Nelle more del predetto intervento informatico, l’istante potrà presentare presso l’ufficio, il Modello 4, ovvero il modello cartaceo della dichiarazione di successione.
Per quanto riguarda il pagamento dell’imposta di successione, l’articolo 36, comma 3 del TUS dispone che “Fino a quando l’eredità non sia stata accettata, o non sia stata accettata da tutti i chiamati, i chiamati all’eredità, o quelli che non hanno ancora accettato, e gli altri soggetti obbligati alla dichiarazione della successione, esclusi i legatari, rispondono solidalmente dell’imposta nel limite del valore dei beni ereditari rispettivamente posseduti”.
Pertanto, poiché l’esecutore testamentario è tra i soggetti obbligati a presentare la dichiarazione di successione ed è possessore dei beni dell’eredità, è tenuto al pagamento dell’imposta di successione.
Le disposizioni testamentarie in esame configurano, infatti, dei legati obbligatori di somme di denaro che produrranno i loro effetti in capo ai legatari solo successivamente all’alienazione degli immobili cui è tenuto l’esecutore testamentario. Infatti, quando all’esito del compimento della vendita il diritto di credito dei legatari avrà acquisito il carattere della esigibilità e della liquidità, l’esecutore testamentario o i legatari dovranno presentare una dichiarazione integrativa, indicando il ricavato della vendita pro-quota, e la relativa imposta di successione sarà riliquidata ai sensi dell’articolo 28, comma 6, del TUS.
Inoltre, ai sensi dell’art. 5, commi 1 e 2, del d.lgs. 31 ottobre del 1990 n. 347, gli uffici, nel redigere il certificato di successione del quale devono richiedere la trascrizione devono includere tutti i beni immobili inseriti nella dichiarazione di successione. La trascrizione del certificato di successione è richiesta ai soli effetti stabiliti dal presente testo unico e non costituisce trascrizione degli acquisti a causa di morte degli immobili e dei diritti reali immobiliari compresi nella successione.
Con la riportata disposizione normativa, il legislatore ha inteso precisare che la trascrizione deve essere comunque effettuata a seguito della presentazione della dichiarazione di successione ed esplica effetti esclusivamente fiscali.
Pertanto, nel caso in esame, la trascrizione deve essere effettuata nei confronti degli esecutori testamentari, quali possessori dei beni immobili ex art. 703 del c.c.
Alla luce di quanto delineato, l’imposta di successione sarà liquidata ai sensi del combinato disposto degli artt. 8 e 43 del TUS, ovvero secondo le disposizioni testamentarie e sul valore globale netto dell’asse ereditario, costituito dalla differenza tra il valore complessivo, alla data di apertura della successione, dei beni e diritti che compongono l’attivo ereditario, e l’ammontare complessivo delle passività deducibili e degli oneri appartenenti al defunto.
Nel quadro EA della dichiarazione di successione dovranno essere indicati l’erede e tutti i legatari, compresi quelli nei cui confronti il de cuius ha attribuito i predetti legati obbligatori, in quanto i relativi diritti di credito, derivanti dall’attribuzione di tali legati, trovano corrispondenza nel quadro ER – Rendite, crediti altri beni, con il codice “GD – cosa genericamente determinata art. 653 del c.c.”, e nella sottostante sezione “Devoluzione”, nella quale dovranno essere riportati i dati identificativi dei soggetti aventi diritto.
Nei successivi quadri dell’attivo ereditario dovranno essere indicati tutti i beni e i diritti che formano oggetto della successione, avendo cura di inserire nella sezione “Devoluzione”, in corrispondenza dei cespiti che dovranno essere venduti in esecuzione dei legati obbligatori disposti dal testatore, i dati identificativi degli esecutori testamentari.
Infine, si precisa che nel quadro ED – Passività e altri oneri, conformemente alle istruzioni di compilazione della dichiarazione di successione, potranno essere indicati,oltre ai debiti e alle passività del defunto esistenti alla data di apertura della successione, i legati immediatamente devolvibili, che gravano sulla quota ereditaria,ad esclusione dei legati (obbligatori) di cosa genericamente determinata, indicati con il codice “GD” nel quadro ER.
Successivamente, dopo la liquidazione dei beni ereditari e contestualmente alla distribuzione delle somme di denaro come da disposizioni testamentarie, dovrà essere presentata la dichiarazione integrativa/sostitutiva di successione per il ricalcolo dell’imposta effettivamente dovuta dai rispettivi beneficiari.


Regime di tassazione di polizza assicurativa collettiva

Con la Risposta n. 383/2020, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che i premi versati per la polizza assicurativa collettiva sottoscritta in favore dei propri dipendenti, al fine di garantire un capitale alla scadenza di ogni singola posizione individuale o in caso di morte dell’assicurato, sono tassati come reddito di lavoro a titolo di “fringe benefit”. La prestazione erogata alla scadenza della polizza, invece, è soggetta ad imposta sostitutiva.

Nel caso esaminato dall’Agenzia delle Entrate, un Comune ha attivato una polizza collettiva con una compagnia assicurativa, finanziata con parte dei proventi derivanti dalle sanzioni del Codice della Strada, con lo scopo di assicurare ai dipendenti una prestazione previdenziale integrativa, attraverso la garanzia di un capitale alla scadenza di ogni singola posizione individuale o in caso di morte dell’assicurato.
Il contraente della polizza è il Comune, mentre i beneficiari sono i dipendenti.
Alla scadenza la compagnia assicurativa liquida le singole posizioni assicurative riferite ai beneficiari versando l’importo al Comune (datore di lavoro), il quale a sua volta riversa le somme ai singoli beneficiari (dipendenti).
Il dubbio sollevato riguarda il corretto regime di tassazione delle prestazioni liquidate ai beneficiari.


In proposito, l’Agenzia delle Entrate osserva che in base alle disposizioni in materia di reddito di lavoro dipendente (art. 51 del TUIR), sono individuate con carattere tassativo le somme e i valori percepiti in relazione al rapporto di lavoro dipendente che in tutto o in parte sono esclusi dal reddito imponibile, derogando al principio generale dell’onnicomprensività secondo cui:
“tutte le somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo d’imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione al rapporto di lavoro” costituiscono reddito di lavoro dipendente.


Affinché, però, tali utilità non generino reddito imponibile in capo al lavoratore è necessario, tra l’altro, che i servizi siano messi a disposizione della generalità dei dipendenti o di categorie di dipendenti.


Al riguardo, l’amministrazione finanziaria ha più volte precisato che il legislatore, a prescindere dall’utilizzo dell’espressione “alla generalità dei dipendenti” ovvero a”categorie di dipendenti”, non riconosce l’esclusione dal reddito imponibile ogni qual volta le somme o servizi ivi indicati siano rivolti ad personam, ovvero costituiscano dei vantaggi solo per alcuni e ben individuati lavoratori.


Nel caso in esame le quote accantonate, con polizza, dal datore di lavoro a favore dei dipendenti hanno lo scopo di garantire un beneficio aggiuntivo a favore degli stessi. Pertanto, l’importo dei contributi stessi è volto a garantire un beneficio aggiuntivo della retribuzione (c.d.”fringe benefit”) dei lavoratori dipendenti, costituito dalla titolarità dell’interesse economico che viene protetto dalla polizza stessa e come tali imponibili.


In altri termini, i premi versati per finanziare la polizza assicurativa sono da trattare come componente positiva del reddito di lavoro dipendente, e come tali assoggettati a tassazione ordinaria.


Resta fermo che, qualora il valore dell’emolumento in natura, sommato al valore di altri eventuali beni e servizi in natura concessi al dipendente nel medesimo periodo d’imposta, non risulti superiore all’importo complessivo di euro 258,23, lo stesso non concorrerà alla formazione del reddito imponibile.


Ne consegue che le somme successivamente riscosse dal beneficiario della polizza devono essere assoggettate al regime tributario tipico dei capitali rinvenienti dai contratti di assicurazioni sulla vita. In particolare, con riferimento ai contratti stipulati entro il 30 giugno 2014, deve essere applicata l’aliquota vigente nel periodo di maturazione di tali redditi e pertanto nella misura:
– del 12,50 per cento per la parte dei redditi maturati fino al 31 dicembre 2011;
– del 20 per cento per la parte dei redditi maturati dal 1° gennaio 2012 fino al 30 giugno 2014;
– del 26 per cento sui redditi maturati a partire dal 1° luglio 2014.

Imposta di bollo sugli assegni circolari diversi da quelli in forma libera


21 SETT 2020 I soggetti passivi obbligati in solido al pagamento dell’imposta di bollo sono entrambe le parti, vale a dire sia la banca che il cliente che le richiede l’emissione dell’assegno circolare, diverso da quello in forma libera (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 18 settembre 2020, n. 382)

L’imposta di bollo in merito agli assegni circolari è disciplinata dall’articolo 10, della Tariffa allegato A, parte prima, al d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 642 che ne prevede il relativo pagamento, fin dall’origine e nella misura del 6 per mille per ogni anno, per gli assegni circolari emessi in conformità del Regio decreto 21 dicembre 1933, n. 1736.
Più in particolare, le relative modalità di pagamento sono disciplinate dalla nota 2, secondo cui “L’imposta deve essere liquidata sull’ammontare complessivo, arrotondato alle lire mille superiori, degli assegni in circolazione alla fine di ogni trimestre solare in base a denuncia trimestrale da presentarsi al competente ufficio del registro entro trenta giorni dalla scadenza di ciascun trimestre e versata nei dieci giorni successivi. La denuncia deve essere corredata dalla relativa situazione trimestrale dei conti”.
L’articolo 22 (Solidarietà) prevede che “Sono obbligati in solido per il pagamento dell’imposta e delle eventuali sanzioni amministrative:
1) tutte le parti che sottoscrivono, ricevono, accettano o negoziano atti, documenti o registri non in regola con le disposizioni del presente decreto ovvero li enunciano o li allegano ad altri atti o documenti;
2) tutti coloro che fanno uso, ai sensi dell’art. 2, di un atto, documento o registro non soggetto al bollo fin dall’origine senza prima farlo munire del bollo prescritto”.
Il successivo articolo 23 dispone che “I patti contrari alle disposizioni del presente decreto, compreso quello che pone l’imposta e le eventuali sanzioni a carico della parte inadempiente o di quella che abbia determinato la necessità di far uso degli atti o dei documenti irregolari, sono nulli anche tra le parti”.
Nella fattispecie in oggetto la Banca svolge l’attività di raccolta del risparmio e l’esercizio del credito nelle sue varie forme. Nell’ambito della sua attività bancaria, su richiesta dei clienti, la banca provvede alla emissione di assegni circolari per i quali deve essere corrisposta l’imposta di bollo ex art. 10 dell’Allegato A, Tariffa, parte I, al d.p.r. n. 642 del 1972.
L’Istante chiede di conoscere il parere di questa Agenzia in merito al corretto assolvimento dell’imposta di bollo dovuta sugli assegni circolari, diversi da quelli in forma libera, ai sensi dell’art. 10 dell’Allegato A, Tariffa, parte I, al d.p.r. n. 642 del 1972. In particolare, si chiede se l’Istante possa addebitare al cliente che ha richiesto l’emissione dell’assegno circolare, diverso da quello in forma libera, l’imposta di bollo dovuta ai sensi dell’art. 10 della Tariffa, parte I, allegata al d.p.r. n. 642 del 1972.
Per il Fisco, il delineato quadro normativo, sopra esposto, evidenzia che anche nella fattispecie in esame i soggetti passivi obbligati in solido al pagamento dell’imposta di bollo sono entrambe le parti, vale a dire sia la Banca istante che il cliente che le richiede l’emissione dell’assegno circolare, diverso da quello in forma libera.


Split payment: modalità di recupero di un versamento Iva duplicato


In relazione al versamento IVA eseguito per errore applicando il meccanismo dello split payment, è possibile esercitare il diritto al, con possibilità di utilizzare la compensazione prevista. A tal fine, è possibile scomputare il versamento IVA eccedente dai versamenti futuri eseguiti, in applicazione dello split payment sugli acquisti relativi alla propria sfera istituzionale, nel corso del 2020 e nei periodi d’imposta successivi, senza dover provvedere ad altri adempimenti oltre alla sola annotazione nei libri contabili (Agenzia Entrate – risposta 18 settembre 2020, n. 378).

In precedenti documenti di prassi, l’Agenzia delle Entrate ha avuto già modo di chiarire che nell’ipotesi in cui il fornitore, ricorrendo i presupposti richiesti, emetta una nota di variazione in diminuzione, se la stessa si riferisce ad una fattura originaria emessa in regime di split payment, la stessa deve essere numerata, indicare l’ammontare della variazione e della relativa imposta e fare esplicito riferimento alla fattura originaria.


Conseguentemente, la Pubblica Amministrazione committente o cessionaria:


– nel caso di acquisto effettuato in ambito commerciale, in considerazione delle modalità seguite per la registrazione dell’originaria fattura, deve provvedere alla registrazione della nota di variazione nel registro “IVA vendite”, fermo restando la contestuale registrazione nel registro “IVA acquisti”, al fine di stornare la parte di imposta precedentemente computata nel debito e rettificare l’imposta detraibile;


– nel caso in cui l’acquisto sia stato destinato alla sfera istituzionale non commerciale, può computare la parte d’imposta versata in eccesso rispetto all’IVA indicata nell’originaria fattura a scomputo dei successivi versamenti IVA da effettuare nell’ambito dello split payment.


Qualora la duplicazione del versamento IVA mediante il modello F24 non è riconducibile ad alcuna delle ipotesi che legittimano l’emissione di una nota di variazione da parte del fornitore, le modalità operative sono diverse. Trattasi, infatti di un pagamento indebito eseguito dal committente/cessionario che può dar luogo ad azione di ripetizione ovvero alla possibilità di eccepire la compensazione.


Nessuna imposta sulla raccolta fondi per gli iscritti a Federazione professionali colpiti dal COVID-19


La raccolta fondi per gli iscritti ad una Federazione professionale colpiti dal COVID-19, non genera materia imponibile in capo ai beneficiari, in quanto non inquadrabile in alcuna delle categorie reddituali di cui all’art. 6 del TUIR (Agenzia Entrate – Risposta 17 settembre 2020, n. 368).

La Federazione, ente pubblico non economico, sussidiario dello Stato, nel mese di aprile 2020, ha attivato una raccolta fondi destinata ad alimentare il fondo di solidarietà per supportare con l’intero ammontare delle donazioni i propri iscritti colpiti da COVID-19 e le loro famiglie.
La Federazione chiede all’Agenzia quali siano gli obblighi in capo alla stessa in merito all’assoggettamento a ritenuta d’acconto e certificazione degli importi da corrispondere sulla base delle finalità e con i criteri sopra riportati.

Con il decreto legge 17 marzo 2020, n. 18, sono state introdotte misure volte a proteggere la salute dei cittadini, nonché a sostenere il sistema produttivo e salvaguardare la forza lavoro, prevedendo specifiche disposizioni, anche di carattere tributario, volte ad affrontare l’impatto economico dell’emergenza COVID-19 sui lavoratori, sulle famiglie e sulle imprese.
In particolare, l’articolo 27 del decreto Cura Italia riconosce ai liberi professionisti titolari di partita IVA attiva alla data del 23 febbraio 2020 e ai lavoratori titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa attivi alla medesima data, iscritti alla Gestione separata, non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie, un’indennità per il mese di marzo 2020, pari a 600 euro.
Il successivo articolo 28, invece, riconosce ai lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali dell’Ago, non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie, ad esclusione della Gestione separata, un’indennità per il mese di marzo 2020,pari a 600 euro.
Le citate indennità sono erogate dall’INPS, previa domanda, e non concorrono alla formazione del reddito imponibile ai fini IRPEF.
Nella fattispecie rappresentata nell’istanza, le indennità, alcune delle quali erogate a titolo di rimborso spese, sono corrisposte direttamente dalla Federazione istante e non dall’Ente previdenziale previa domanda dell’interessato,come richiesto dal legislatore.
Ne consegue che alle indennità in esame non possono essere estesi in via analogica i regimi esentativi previsti dagli articoli 27 e 28 del decreto Cura Italia, dal momento che sono erogate non nel rispetto dei presupposti richiesti dal legislatore.
Ciò considerato, l’Agenzia osserva che il Regolamento, disciplinante la campagna di raccolta fondi in esame, prevede, tra l’altro,che la predetta raccolta ha carattere di straordinarietà ed è realizzata in conformità di quanto previsto dall’articolo 99 del D.L. n. 18 del 2020 secondo cui «per le erogazioni liberali di cui al presente articolo, ciascuna pubblica amministrazione beneficiaria attua apposita rendicontazione separata, per la quale è autorizzata l’apertura di un conto corrente dedicato presso il proprio tesoriere, assicurandone la completa tracciabilità. Al termine dello stato di emergenza nazionale da COVID-19, tale separata rendicontazione dovrà essere pubblicata da ciascuna pubblica amministrazione beneficiaria sul proprio sito internet o, in assenza, su altro idoneo sito internet, al fine di garantire la trasparenza della fonte e dell’impiego delle suddette liberalità».
“Le erogazioni avverranno esclusivamente a mezzo bonifico bancario dal conto corrente dedicato sulla base dei criteri elencati nelle parti seguenti. La Federazione registrerà in modo separato ciascuna singola erogazione rilasciando al beneficiario le certificazioni previste dalla normativa vigente. Sulla piattaforma saranno visibili le donazioni effettuate”.
Infine è previsto che «Qualora al termine della campagna siano presenti nel fondo di solidarietà … delle somme non impegnate e non erogabili, … le stesse saranno destinate, previa delibera del Comitato Centrale» a specifiche iniziative nei confronti degli iscritti.
In ragione di tali disposizioni, per l’Agenzia è ragionevole considerare la Federazione istante, nella fattispecie rappresentata, un mero strumento organizzativo nella raccolta e nella destinazione delle donazioni che, altrimenti, sarebbero versate direttamente agli iscritti colpiti da COVID-19.
Considerato che in quest’ultima ipotesi, tali erogazioni non genererebbero materia imponibile in capo ai beneficiari, l’Agenzia ritiene, analogamente, che le medesime indennità percepite per il tramite della Federazione istante non possano costituire reddito imponibile per i beneficiari, in quanto non inquadrabili in alcuna delle categorie reddituali di cui all’articolo 6 del Tuir.

Modalità di tassazione dell’una tantum per vacatio contrattuale

Con la Risposta a interpello n. 367 del 2020, l’Agenzia delle Entrate ha indicato le modalità di tassazione delle somme una tantum previste, in sede di rinnovo del CCNL, in favore dei lavoratori dipendenti, per compensare i mancati incrementi dei minimi contrattuali riferibili al periodo di vacatio contrattuale.

Il chiarimento viene fornito dall’Agenzia delle Entrate in risposta all’interpello di un’associazione datoriale firmataria del rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Categoria.


In sede di rinnovo della parte normativa ed economica del CCNL è stata prevista l’erogazione di un importo forfetario a titolo di “una tantum per il pregresso”, non riparametrato per livello di inquadramento, a tutti i dipendenti titolari di contratto a tempo indeterminato che risultino in forza ad una determinata data ed abbiano prestato attività lavorativa nel periodo di vacatio contrattuale (nella fattispecie 1° gennaio 2017 – 31 dicembre 2019).
Il dubbio posto dall’interpello riguarda le modalità di tassazione di tali somme: progressiva o separata.


Secondo l’Agenzia delle Entrate le somme suindicate sono riconducibili agli emolumenti arretrati per prestazioni di lavoro dipendente riferibili ad anni precedenti, percepiti per effetto di contratti collettivi, e pertanto devono ritenersi soggette alla tassazione separata.


Infatti, l’applicazione della tassazione separata è prevista, tra l’altro, nel caso di erogazione di “emolumenti arretrati per prestazioni di lavoro dipendente riferibili ad anni precedenti, percepiti per effetto di leggi, di contratti collettivi, di sentenze o di atti amministrativi sopravvenuti o per altre cause non dipendenti dalla volontà delle parti” (art. 17, co. 1, lett. b), del TUIR).
La modalità di tassazione separata ha lo scopo di evitare che, nei casi di redditi percepiti con ritardo rispetto alla loro maturazione, avvenuta in periodi d’imposta precedenti, il sistema della progressività delle aliquote possa determinare un pregiudizio per il contribuente, con una lesione del principio di capacità contributiva.


In proposito è stato chiarito che il regime di tassazione separata non trova applicazione nei casi in cui la corresponsione degli emolumenti in un periodo d’imposta successivo a quello di maturazione deve considerarsi fisiologica rispetto ai tempi tecnici o giuridici occorrenti per l’erogazione degli emolumenti stessi.
Qualora, invece, ricorra una delle cause cd. giuridiche individuate dalla norma, ovvero il sopraggiungere di norme legislative, di sentenze, di provvedimenti amministrativi o di contratti collettivi, per l’applicazione della tassazione separata non é richiesta alcuna indagine in ordine al ritardo nella corresponsione, ovvero alcuna valutazione sul carattere fisiologico del ritardo.
Inoltre, è stato precisato che in presenza e in attuazione di contratto collettivo è sufficiente che l’erogazione degli emolumenti avvenga in un periodo d’imposta successivo a quello cui gli emolumenti stessi si riferiscono per realizzare le condizioni per l’applicazione della tassazione separata.


Nel caso di specie, considerato che il nuovo CCNL dispone l’erogazione di una somma “una tantum”, volta a compensare i mancati incrementi dei minimi contrattuali riferibili al periodo di vacatio contrattuale, si configura quella causa di carattere giuridico che consente l’applicazione della tassazione separata.