L’impugnazione dell’atto rende inefficace la rinuncia all’eredità

Con l’Ordinanza n. 23989 del 29 ottobre 2020, la Corte di Cassazione ha affermato che l’accettazione dell’eredità è condizione imprescindibile affinché l’obbligazione per i debiti tributari del de cuius si trasferisca agli eredi. Pertanto, non può ritenersi obbligato chi abbia rinunciato all’eredità, anche tardivamente. Tuttavia, l’eventuale impugnazione dell’atto ricevuto in qualità di erede, rende inefficace la successiva rinuncia, configurandosi nell’azione di ricorso un’implicita accettazione dell’eredità (Corte di Cassazione – Ordinanza 29 ottobre 2020, n. 23989).

La controversia trae origine dall’avviso di rettifica con il quale l’Ufficio ha contestato l’omessa contabilizzazione di corrispettivi.
A seguito del decesso del contribuente titolare della posizione tributaria, sono stati notificati distinti avvisi di accertamento agli eredi, i quali hanno impugnato nel merito la pretesa tributaria. Successivamente gli stessi eredi hanno interposto espressa rinuncia all’eredità redatta con atto notarile.
I giudici tributari hanno ritenuto che la rinuncia all’eredità, in ragione del suo carattere retroattivo, avesse l’effetto di impedire, sin dalla chiamata all’eredità, la trasmissione agli eredi dell’obbligazione tributaria insorta nella sfera del de cuius, con conseguente nullità degli avvisi di accertamento emessi nei confronti degli eredi.

Su ricorso dell’Agenzia delle Entrate, la Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari rilevando l’inefficacia della rinuncia all’eredità prodotta successivamente all’impugnazione dell’atto.
I giudici della Suprema Corte hanno osservato che costituisce principio consolidato quello secondo cui l’assunzione della qualità di erede non può desumersi dalla mera chiamata all’eredità, né dalla denuncia di successione, che ha valore di atto di natura meramente fiscale, ma consegue solo all’accettazione dell’eredità, espressa o tacita, che rappresenta elemento costitutivo del diritto azionato nei confronti del soggetto evocato in giudizio quale successore del de cuius.
Nell’ipotesi di debiti del de cuius di natura tributaria, l’accettazione dell’eredità è una condizione imprescindibile affinché possa affermarsi l’obbligazione del chiamato all’eredità a risponderne; non può, quindi, ritenersi obbligato chi abbia rinunciato all’eredità.
Considerato che l’accettazione dell’eredità è il presupposto perché si possa rispondere dei debiti ereditari, una eventuale rinuncia, anche se tardivamente proposta, esclude che possa essere chiamato a rispondere dei debiti tributari il rinunciatario, sempre che egli non abbia posto in essere comportamenti dai quali si possa desumere un’accettazione implicita dell’eredità, della cui prova è onerata l’Amministrazione finanziaria.

Nel caso in esame, l’Ufficio ha dedotto l’irrilevanza della rinuncia all’eredità, in quanto intervenuta in momento successivo alla proposizione dell’impugnazione dell’atto impositivo dinanzi alla Commissione tributaria, costituendo l’impugnazione comportamento che presuppone necessariamente la volontà di accettare e, comunque, di attività che non si avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede.
Al riguardo, la Corte di Cassazione ha affermato che non solo gli atti dispositivi, ma anche gli atti di gestione possono dare luogo ad accettazione tacita dell’eredità, secondo l’accertamento compiuto caso per caso dal giudice di merito, in considerazione della peculiarità di ogni singola fattispecie e tenendo conto di molteplici fattori, tra cui quelli della natura ed importanza, nonché della finalità degli atti di gestione compiuti dal chiamato. In ogni caso, occorre però che si tratti di atti incompatibili con la volontà di rinunziare e non altrimenti giustificabili se non con la veste di erede, mentre sono privi di rilevanza tutti quegli atti che non denotano in maniera univoca un’effettiva assunzione della qualità di erede, occorrendo accertare se il chiamato si sia mantenuto o meno nei limiti della conservazione e dell’ordinaria amministrazione del patrimonio ereditario, potendosi in linea generale affermare che tutti gli atti posti a compimento di azioni possessorie a tutela dei beni ereditari, o a compimento di atti conservativi, di vigilanza e di amministrazione temporanea, non provocano la mutazione dello status da chiamato a erede.
Ne consegue che, qualora i chiamati all’eredità abbiano ricevuto ed accettato la notifica di una citazione o di un ricorso per debiti del de cuius o si siano costituiti eccependo la propria carenza di legittimazione, non siano configurabili ipotesi di accettazione tacita dell’eredità, trattandosi di atti pienamente compatibili con la volontà di non accettarla.
Qualora, invece, i chiamati all’eredità, come nel caso di specie, abbiano impugnato un atto di accertamento emesso nei loro confronti in qualità di eredi dell’originario debitore, senza contestare l’assunzione di tale qualità e, quindi, il difetto di titolarità passiva della pretesa, ma censurando nel merito l’accertamento compiuto dall’Amministrazione finanziaria, deve ritenersi che essi abbiano posto in essere un’attività che non è altrimenti giustificabile se non con la veste di erede, atteso che tale comportamento esorbita dalla mera attività processuale conservativa del patrimonio ereditario.

In tale ultima ipotesi, precisano i giudici della Suprema Corte, è irrilevante la tesi difensiva basata sull’atto di rinuncia all’eredità formalizzato con atto pubblico dinanzi al notaio.
È vero, infatti, che chi rinunzia all’eredità è considerato come se non vi fosse mai stato chiamato, con la conseguenza che, per effetto della rinuncia, viene impedita retroattivamente – cioè a far data dall’apertura della successione – l’assunzione di responsabilità per i debiti facenti parte del compendio ereditario.
Va, tuttavia, considerato che, nel caso di specie, l’atto di rinuncia all’eredità, essendo intervenuto successivamente all’impugnazione degli avvisi di accertamento, è, in realtà, privo di effetti, per essere i chiamati all’eredità decaduti dal relativo diritto in quanto già accettanti in dipendenza del comportamento dagli stessi tenuto, posto che la mancata contestazione della loro qualità di eredi configura accettazione tacita dell’eredità.

COVID-19: importazioni in esenzione dai dazi all’importazione e dall’iva


Forniti chiarimenti sull’esenzione dai dazi doganali all’importazione e dall’iva concesse all’importazione delle merci necessarie a contrastare gli effetti della pandemia di covid-19 nel corso del 2020 (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Circolare 29 ottobre 2020, n. 43).

In applicazione del vigente ordinamento unionale, che permette di supportare situazioni di emergenza come la perdurante crisi epidemiologica in corso, la Commissione europea ha adottato la Decisione n.491/2020, successivamente modificata in data 23 luglio con la Decisione n.1101/2020, chiarendo l’ambito e le condizioni di applicazione dell’esenzione dai dazi doganali e dall’IVA applicabili alle importazioni di merci necessarie a contrastare gli effetti della pandemia da COVID-19, effettuate nel periodo fra il 30 gennaio ed il 31 ottobre 2020.
Con la determinazione n. 262063/RU del 28 luglio 2020 (che ha sostituito la precedente Determinazione n. 107042/RU del 3 aprile u.s. facendo salvi gli effetti prodotti dalla medesima), l’ADM ha definito, con riguardo alle fattispecie di importazioni ammesse al suddetto beneficio, gli adempimenti e le formalità da espletare a cura degli Enti e delle Organizzazioni aventi titolo, anche mediante apposita applicazione informatizzata il cui funzionamento è stato puntualmente descritto con la Circolare n. 19/2020 del 9 luglio scorso.
A seguito della prevista procedura di consultazione degli Stati Membri, in considerazione dell’evoluzione e del perdurare della situazione pandemica in atto, la Commissione Europea ha prorogato ulteriormente, rispetto a quanto già previsto con la Decisione n.1101/2020, la validità dell’esenzione introdotta con la Decisione UE n.491/2020.
Inoltre, la Decisione UE n. 1573/2020, nel confermare l’ambito di applicazione e le disposizioni di cui all’articolo 1 della citata Decisione n. 491/2020, ha inteso estenderne l’efficacia temporale, ammettendo al beneficio anche le operazioni di importazione da effettuarsi fino al 30 aprile 2021.
Per quanto riguarda il Regno Unito la data di cessazione dal beneficio è prevista al 31 dicembre 2020, in considerazione del previsto recesso dall’Unione Europea.
Nulla varia con riguardo ai presupposti di cui all’art. 1 della Decisione UE n.491/2020, restando dunque immutate sia le categorie di soggetti ammessi alla fruizione del benefici sia le finalità cui sono destinate le merci importate in esenzione, nonché gli impegni da assumere a cura dei soggetti che accedono all’agevolazione in parola e le modalità operative per fruire dell’esenzione.
Con riguardo alle rendicontazioni obbligatorie da fornire da parte degli Stati membri ai sensi dell’art. 2 della Decisione UE, anch’esse immutate nel contenuto, viene spostata la data di scadenza al 31 agosto 2021.
Eventuali irregolarità di natura amministrativa e/o penale, che dovessero emergere anche durante i controlli a posteriori cui sono assoggettate le importazioni in esenzione, saranno sottoposte alle sanzioni previste dallo specifico quadro normativo oltre all’eventuale recupero dei diritti dovuti.

Bonus mobilità: dal 03 novembre le richieste


Domani, 03 novembre 2020, termina il conto alla rovescia per la richiesta del bonus mobilità; dalle ore 9:00 è possibile registrarsi sul portale web del Ministero dell’Ambiente e procedere con la richiesta di rimborso (D.M. 14 agosto 2020).

Dal 04 maggio 2020 al 31 dicembre 2020, viene riconosciuto un buono mobilità pari al 60% della spesa sostenuta e, comunque, in misura non superiore a euro 500, per:


– l’acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita;


– l’acquisto di veicoli per la mobilità personale a propulsione prevalentemente elettrica;


– l’utilizzo dei servizi di mobilità condivisa a uso individuale esclusi quelli mediante autovetture.


Possono beneficiare del bonus, i residenti maggiorenni nei capoluoghi di regione, nelle città metropolitane, nei capoluoghi di provincia ovvero nei comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti che, a partire dal 4 maggio 2020 e fino al 31 dicembre 2020, acquistano i suddetti beni.


Dal 03 novembre 2020, è possibile richiedere il bonus sul portale web del Ministero dell’Ambiente. L’identità dei beneficiari, in relazione ai dati del nome, del cognome e del codice fiscale, è accertata attraverso SPID, gestito da AGID. A tal fine, gli interessati, qualora non ne siano già in possesso, devono preventivamente richiedere l’attribuzione dell’identità digitale.


In seguito al completamento della registrazione, il Ministero dell’ambiente, attraverso l’applicazione web, attribuisce al beneficiario il buono mobilità.


Il bonus è disponibile nell’area riservata dell’applicazione web dedicata a ciascun beneficiario e può essere utilizzato per l’acquisto di uno solo dei beni entro 30 giorni dall’emissione.


Invece, per gli acquisti dei beni effettuati a partire dal 4 maggio 2020 e fino al 02 novembre 2020 è previsto il rimborso pari al 60% della spesa sostenuta e, comunque, in misura non superiore a euro 500.


Al fine di ottenere il rimborso, anche in tal caso, i beneficiari devono presentare istanza dal 03 novembre 2020 registrandosi sull’applicazione web.


Per ciascun bene acquistato è previsto il rimborso mediante accredito del 60% della spesa sostenuta e fino ad un massimo di euro 500 sul conto corrente, intestato al richiedente, le cui coordinate (IBAN) devono essere fornite al momento della presentazione dell’istanza di rimborso.


Infrazioni plurime di emissione scontrini: accertamento unico e sospensione attività

Con l’Ordinanza n. 23700 del 28 ottobre 2020, la Corte di Cassazione ha affermato che l’accertamento della mancata emissione degli scontrini non deve essere effettuata necessariamente in flagranza, ma può essere rilevata anche dalla discordanza tra somme incassate e scontrini emessi, nonché da segnalazioni bancarie, riscontrate in sede di verifica. In tal caso è legittima la contestazione con un unico atto di infrazioni plurime, e la conseguente irrogazione della sanzione di sospensione dell’attività.

La controversia trae origine dal provvedimento di sospensione dell’attività di commercio al dettaglio, emesso a seguito di p.v.c. della Guardia di Finanza con il quale è stata contestata la mancata emissione di scontrini fiscali in diversi giorni e in diverse annualità. Le plurime infrazioni di emissione degli scontrini venivano rilevate, in sede di verifica, dalla discordanza tra somme incassate e scontrini emessi, nonché da segnalazioni bancarie.
I giudici tributari hanno annullato il provvedimento sanzionatorio di sospensione dell’attività, rilevando la carenza del presupposto della “definitività degli accertamenti in tempi diversi”, trattandosi di un unico atto di contestazione delle varie infrazioni.

Su ricorso dell’Agenzia delle Entrate, la Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari, decidendo nel merito la controversia e dichiarando la legittimità del provvedimento sanzionatorio.


Secondo la disciplina sanzionatoria (art. 12 del D.Lgs. n. 471/1997), qualora siano state contestate, nel corso di un quinquennio, quattro distinte violazioni dell’obbligo di emettere la ricevuta fiscale o lo scontrino fiscale, compiute in giorni diversi, anche se non sono state irrogate sanzioni accessorie, è disposta la sospensione della licenza o dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività ovvero dell’esercizio dell’attività medesima per un periodo da tre giorni ad un mese.


In proposito la Corte Suprema osserva che la disposizione non contempla affatto, tra i presupposti della sanzione accessoria di sospensione dell’attività, la definitività dell’accertamento dell’obbligo di emettere la ricevuta fiscale o lo scontrino fiscale.
Inoltre, per quanto concernente l’asserita necessità che le quattro violazioni poste a fondamento della sanzione vengano contestate con quattro separati atti, la relativa deduzione deve ritenersi infondata atteso che, oltre a contrastare con la lettera della norma sanzionatoria (che non prescrive una tale modalità), non ne coglie la ratio legis.
La disposizione, infatti, ha lo scopo di sanzionare la condotta illecita rappresentata dalla quadrupla violazione infraquinquennale, a prescindere dalle modalità con le quali poi la stessa sia stata contestata.
In altri termini, l’illecito deve ritenersi consumato al momento della commissione della quarta infrazione nel corso di cinque anni.


A tal fine, l’accertamento di ciascuna infrazione non deve necessariamente essere effettuato in flagranza, ma è deducibile anche a posteriori dalla verifica della documentazione contabile e, in particolare, dalla discordanza tra somme incassate e scontrini emessi.
Di conseguenza deve ritenersi legittimo il provvedimento unico, che contesti le plurime infrazioni nel periodo di osservazione (cinque anni) e irroghi la sanzione accessoria di sospensione dell’attività commerciale.

Sospese le attività di sale giochi, sale scommesse, sale bingo e casinò


Il Dpcm 24 ottobre 2020 ha disposto misure urgenti di contenimento del contagio da virus COVID-19, sull’intero territorio nazionale. Per quanto riguarda il gioco pubblico ha previsto la sospensione, a partire dal 26 ottobre e fino al 24 novembre 2020, delle attività di sale giochi, sale scommesse, sale bingo e casinò. (AGENZIA DELLE DOGANE E DEI MONOPOLI – Circolare 26 ottobre 2020, n. 41).

Devono, pertanto, ricomprendersi in tale previsione, esclusivamente, le sale da gioco specialistiche (sale VLT, sale Bingo e sale che raccolgono scommesse), oltre naturalmente ai casinò.
Per quanto riguarda, invece, la raccolta del gioco pubblico presso pubblici esercizi c.d. “generalisti” (con codice ateco principale diverso dal gioco, come a scopo esemplificativo bar e rivendite di tabacchi) non sono previste disposizioni specifiche e, di conseguenza, troveranno applicazione le norme del DPCM che riguardano tali locali, fatte salve le norme più restrittive adottate dalle singole Regioni.
Nello specifico, il DPCM prevede che “le attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) sono consentite dalle ore 5.00 fino alle 18.00; il consumo al tavolo è consentito per un massimo di quattro persone per tavolo, salvo che siano tutti conviventi; dopo le ore 18,00 è vietato il consumo di cibi e bevande nei luoghi pubblici e aperti al pubblico; resta consentita senza limiti di orario la ristorazione negli alberghi e in altre strutture ricettive limitatamente ai propri clienti, che siano ivi alloggiati;
resta sempre consentita la ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto, nonchè fino alle ore 24,00 la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze; le attività di cui al primo periodo restano consentite a condizione che le Regioni e le Province autonome abbiano preventivamente accertato la compatibilità dello svolgimento delle suddette attività con l’andamento della situazione epidemiologica nei propri territori e che individuino i protocolli o le linee guida applicabili idonei a prevenire o ridurre il rischio di contagio nel settore di riferimento o in settori;
detti protocolli o linee guida sono adottati dalle Regioni o dalla Conferenza delle regioni e delle province autonome nel rispetto dei principi contenuti nei protocolli o nelle linee guida.
Nulla, in particolare, invece, dispone il DPCM sulle attività delle rivendite di tabacchi, da ritenersi, pertanto, comprese nella generale disposizione di cui all’articolo 1, comma 9, lett. dd), secondo cui le attività commerciali al dettaglio si svolgono a condizione che sia assicurato, oltre alla distanza interpersonale di almeno un metro, che gli ingressi avvengano in modo dilazionato e che venga impedito di sostare all’interno dei locali più del tempo necessario all’acquisto dei beni; le suddette attività devono svolgersi nel rispetto dei contenuti di protocolli o linee guida idonei a prevenire o ridurre il rischio di contagio nel settore di riferimento o in ambiti analoghi, adottati dalle Regioni o dalla Conferenza delle regioni e delle province autonome nel rispetto dei principi contenuti nei protocolli o nelle linee guida nazionali.

Fine locazione commerciale: regime fiscale dell’indennità risarcitoria

L’indennità di risarcimento disposta in favore della conduttrice nell’ambito di accordo transattivo per finita locazione commerciale, per cui la stessa conduttrice abbia rinunciato all’indennità di avviamento spettante, è soggetta a ritenuta d’acconto, ma resta esclusa dall’ambito IVA. L’esclusione IVA riconduce gli obblighi di pagamento scaturenti dalla transazione nell’alveo dell’imposta di registro. (Corte di Cassazione – Sentenza 27 ottobre 2020, n. 23515).

IL CASO

La controversia trae origine dall’avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle Entrate ha contestato l’imponibilità, ai fini dell’IRPEF, dell’IRAP e dell’IVA, dell’indennità risarcitoria riconosciuta alla conduttrice nell’ambito dell’accordo transattivo a conclusione della lite giudiziaria, in relazione alla finita locazione dell’immobile condotto per l’esercizio dell’attività di ristorazione.
Secondo i termini dell’accordo a fronte della rinuncia della conduttrice all’indennità di avviamento, che le sarebbe spettata in misura doppia, vista la locazione dell’immobile ad un terzo entro un anno dalla cessazione del contratto, correlata alla rinuncia della locatrice a ottenere opere di ripristino spettanti alla conduttrice, a quest’ultima veniva riconosciuta un’indennità a titolo risarcitorio omnicomprensivo.
I giudici tributari hanno confermato la pretesa tributaria ritenendo che la somma risarcitoria si riferisse anche alla rinuncia all’indennità di avviamento, in quanto tale rappresentativa di corrispettivo di una prestazione di servizi, e quindi soggetta ad IVA.


Su ricorso della contribuente, la Corte di Cassazione ha riformato parzialmente la decisione dei giudici tributari, confermando l’imponibilità ai fini IRPEF, con esclusione però dell’imponibilità ai fini IVA.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

In merito all’imponibilità ai fini IRPEF, la Corte di Cassazione ha osservato che le somme percepite dal contribuente a titolo risarcitorio sono soggette a tassazione se, ed entro i limiti in cui siano volte a reintegrare un danno concretatosi nella mancata percezione di redditi.
In particolare, l’indennità spettante alla conduttrice per la perdita dell’avviamento commerciale, che nel caso in esame secondo la prospettazione dei giudici tributari è stata surrogata dal risarcimento, costituisce un reddito soggetto a ritenuta di acconto (art. 34, L. n. 392 del 1978).


Per quanto riguarda l’imponibilità IVA, la Corte Suprema ha affermato che l’indennità di avviamento non rientra nel perimetro di applicazione dell’imposta (art. 3, co. 1, e art. 15, co. 1, del DPR n. 633 del 1972).
In proposito, la Corte osserva che il trattamento tributario della transazioni, in generale, è disciplinato dalle norme in materia di imposta di registro (art. 29 del DPR n. 131 del 1986), secondo cui per quelle che non importano trasferimento di proprietà o trasferimento o costituzione di diritti reali, l’imposta si applica in relazione agli obblighi di pagamento che ne derivano, senza tenere conto degli obblighi di restituzione, né di quelli estinti per effetto della transazione. Se dalla transazione non derivano obblighi di pagamento l’imposta è dovuta in misura fissa.
Sicché, ai fini della individuazione dell’imposta da applicare assumono rilievo gli obblighi di pagamento derivanti dalla transazione.
La rilevanza degli obblighi di pagamento deve tener conto, tuttavia, anche del principio di alternatività tra IVA e imposta di registro, di modo che qualora sia ravvisabile nella transazione una prestazione di servizi imponibile ai fini Iva, sarà questa imposta a dover essere applicata.
Nel caso in esame, i giudici tributari hanno ritenuto che la somma corrisposta alla conduttrice sia stata volta – anche – a ristorarla della perdita dell’indennità di avviamento, ravvisando in quest’ultima il corrispettivo di una prestazione di servizi, imponibile ai fini IVA.
Secondo, la Corte Suprema, l’indennità di avviamento non fronteggia alcuna prestazione di servizi, proprio perché è un’indennità, chiamata a ristorare una perdita, correlata alla cessazione del contratto di locazione.
In particolare, la Corte ha precisato che l’indennità per la perdita d’avviamento dovuta al conduttore dell’immobile commerciale, nell’ipotesi di cessazione del rapporto di locazione, non sconta l’IVA, in considerazione della duplice funzione, da un lato, di compensare il conduttore della perdita dell’avviamento, conseguente alla indisponibilità dei locali, e, dall’altro, di distribuire equitativamente l’incremento del valore locativo indotto dall’esercizio dell’attività commerciale nei locali dell’impresa a chi ha concorso all’incremento.
L’indennità, allora, non costituisce elemento costitutivo del contratto, nel senso che l’esistenza del rapporto giuridico che unisce le parti non dipende dal versamento di essa. Tali condizioni, secondo la giurisprudenza unionale, rappresentano requisiti necessari affinché una somma qualificata come indennizzo possa ritenersi remunerativa di una prestazione di servizi.


Nel caso in esame, non vi è legame tra prestazioni (la prestazione indennitaria del locatore e l’obbligazione di rilascio dell’immobile del conduttore) scaturente dal sinallagma contrattuale, poiché la prestazione indennitaria sorge in un momento in cui il rapporto contrattuale è già cessato.
Il pagamento dell’indennità non riguarda, quindi, la regolare esecuzione del contratto, ma la fase successiva dell’esecuzione per rilascio in danno del conduttore, integrando una condizione dell’azione esecutiva.
Né l’importo spettante a quel titolo corrisponde al recupero di una parte dei costi associati alla prestazione dei servizi forniti, ossia a una parte del prezzo del servizio che il locatore si è impegnato a fornire al conduttore.
Ne consegue, in considerazione delle finalità dell’indennizzo, l’esclusione dall’imponibilità ai fini dell’Iva e la riconducibilità degli obblighi di pagamento scaturenti dalla transazione nell’alveo dell’imposta di registro.

Esame di Stato professionisti: unica prova orale a distanza anche per la seconda sessione 2020


A causa del protrarsi dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, anche la seconda sessione dell’esame di Stato di abilitazione all’esercizio delle professioni regolamentate dal DPR 328/2001, nonché delle professioni di odontoiatra, farmacista, veterinario, tecnologo alimentare, dottore commercialista, esperto contabile e revisore legale si svolgerà in un’unica prova orale con modalità a distanza come era già avvenuto per la prima sessione (CNDCEC – Nota 29 ottobre 2020, n. 125).


Lo scorso 22 ottobre, infatti, il ministro dell’Università e della Ricerca ha firmato il decreto n. 661 del 24 settembre 2020 recante le modalità di svolgimento della seconda sessione degli esami di Stato 2020.
Nel prevedere apposite modalità a distanza per lo svolgimento degli esami, gli atenei garantiscono che la suddetta prova orale verta su tutte le materie previste dalle specifiche normative di riferimento e che sia in grado di accertare l’acquisizione delle competenze, nozioni e abilità richieste dalle normative riguardanti ogni singolo profilo professionale.


Patent box: pronti i chiarimenti delle Entrate sulle modalità di fruizione


In arrivo i chiarimenti e le soluzioni interpretative sulle nuove modalità di fruizione del cosiddetto “Patent box”, a seguito delle modifiche operate dall’articolo 4 del Decreto crescita (Dl n. 34/2019). (Agenzia delle entrate – circolare n. 28/E del 29 ottobre 2020)

La circolare tiene conto dei suggerimenti degli operatori economici, degli ordini professionali e delle associazioni di categoria che hanno partecipato alla consultazione pubblica per promuovere una sempre maggiore collaborazione e condivisione di contenuti con tutti gli attori del mondo economico.


Il documento in oggetto ripercorre le caratteristiche del regime di “autoliquidazione” del beneficio derivante dall’utilizzo diretto dei beni agevolabili, fornendo chiarimenti sull’ambito soggettivo e oggettivo di applicazione e indicazioni operative sul rapporto tra l’opzione Patent box e l’opzione di “autoliquidazione”. Inoltre, vengono fornite soluzioni interpretative sulle condizioni e sugli effetti del regime “fai da te”, anche nelle ipotesi di rinuncia alle procedure di ruling pendenti e per coloro che hanno già autoliquidato negli esercizi pregressi. Spazio, infine, ai chiarimenti relativi alla documentazione che il contribuente deve predisporre per consentire il riscontro, da parte dell’Agenzia, della corretta determinazione della quota di reddito escluso.


Operazioni fittizie: il contratto d’appalto non supera la presunzione

In tema di accertamento di operazioni fittizie, una volta che l’Ufficio abbia rilevato l’oggettiva inesistenza delle operazioni a seguito della dimostrazione che l’emittente è una “cartiera” o una società “fantasma”, non è sufficiente il contratto d’appalto per vincere la presunzione e provare l’effettiva esistenza delle operazioni commerciali relative alle fatture ricevute dal fornitore “inesistente” (Corte di Cassazione – Ordinanza 27 ottobre 2020, n. 23622).

La controversia trae origine dall’avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle Entrate ha contestato la contabilizzazione di costi per operazioni inesistenti risultanti da fatture provenienti da fornitore risultato, a seguito di verifiche fiscali, una società “fantasma”.
Su ricorso del contribuente, i giudici tributari hanno confermato la pretesa tributaria, ritenendo l’atto di accertamento adeguatemente motivato sulla base di presunzioni gravi, precisi e concordanti, idonee a far ritenere inesistente la ditta fornitrice, e conseguentemente inesistenti le operazioni oggetto delle fatture emesse in favore della società contribuente, tenuto conto altresì della mancanza di adeguata prova contraria di quest’ultima.
La Corte di Cassazione ha confermato la pronuncia dei giudici tributari.

Con riferimento al criterio di ripartizione dell’onere della prova in tema di accertamento di operazioni fittizie, la Corte di Cassazione osserva che è onere dell’Amministrazione finanziaria di fornire la prova dell’oggettiva inesistenza delle operazioni, a fronte del quale il contribuente è tenuto a provare l’effettiva esistenza delle operazioni contestate.
In tema di IVA, una volta assolta da parte dell’Amministrazione finanziaria la prova dell’oggettiva inesistenza delle operazioni, ad esempio mediante la dimostrazione che l’emittente è una “cartiera” o una società “fantasma”, spetta al contribuente, ai fini della detrazione dell’Iva e/o della deduzione dei relativi costi, provare l’effettiva esistenza delle operazioni contestate, senza che, tuttavia, tale onere possa ritenersi assolto con l’esibizione della fattura ovvero in ragione della regolarità formale delle scritture contabili o dei mezzi di pagamento adoperati, trattandosi di dati e circostanze facilmente falsificabili, che vengono di regola utilizzati proprio allo scopo di far apparire reale un’operazione fittizia.
Nel caso in esame, secondo la Corte di Cassazione, i giudici tributari hanno dato adeguato conto delle ragioni poste alla base dell’assolvimento dell’onere della prova da parte dell’Ufficio con l’avviso di accertamento, evidenziando la sussistenza di presunzioni gravi, precise e concordanti, idonee a far ritenere che la ditta fornitrice fosse una cosiddetta “cartiera”, in quanto:
– nella sede dichiarata non risultava alcuna azienda operativa, neanche in passato;
– la ditta risultava priva di una struttura aziendale e organizzazione amministrativa commerciale in capo alla ditta e di personale dipendente;
– non risultavano mai presentate le dichiarazioni fiscali ai fini Irpef, Irap, Iva e sostituti di imposta, né effettuati i versamenti di imposta a mezzo modello F24, né trasmesso elenco di clienti e fornitori.
Da ciò, la conseguente legittima presunzione di inesistenza delle operazioni relative alle fatture emesse nei confronti della contribuente.
A fronte di tali elementi, precisa la Corte Suprema, risulta congrua la valutazione di merito dei giudici tributari, che hanno ritenuto la presunzione di oggettiva inesistenza delle operazioni non contrastata dalla contribuente con adeguata prova contraria, essendosi limitata a produrre due contratti di subappalto non recanti data certa e che presentavano numerosi elementi di incertezza in ordine all’attività effettivamente svolta, al luogo della sua realizzazione e alle modalità di pagamento del prezzo pattuito.

Accertamenti bancari: la presunzione legale di reddito investe tutti i contribuenti

La Corte di Cassazione afferma che in tema di imposte sui redditi, l’accertamento di maggior reddito, basato sulla presunzione legale desumibile dalle verifiche dei conti bancari, non è riferibile ai soli titolari di reddito d’impresa o da lavoro autonomo, ma si estende alla generalità dei contribuenti (Ordinanza 28 ottobre 2020, n. 23799).

IL CASO

A seguito di accertamenti sui conti correnti bancari riferibili al contribuente, sottoposto anche a procedimento penale per il reato di bancarotta fraudolenta in relazione alla presunta carica di amministratore di fatto di società fallita di cui risultava socio e procuratore, l’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di accertamento contestando maggiori redditi non dichiarati in considerazione delle movimentazioni in entrata e in uscita che non trovavano giustificazione nella attività di funzionario del Ministero dell’Interno, sulla base della presunzione legale di corrispondenza tra redditi e movimenti bancari non giustificati.
I giudici tributari hanno accolto il ricorso e annullato l’avviso di accertamento, per assenza di prova dell’espletamento di attività commerciale, sulla base dei seguenti rilievi:
– essendo impegnato per gran parte della giornata con il lavoro che espletava presso la Questura e non avendo esperienza nella conduzione di una società, il contribuente non poteva essere considerato amministratore di fatto della società;
– le rimesse in «dare e avere» sui conti correnti sottoposti a verifica, secondo consulenza tecnica disposta dal Pubblico Ministero, risultavano riconducibili ad una restituzione parziale del finanziamento richiesto ed ottenuto nell’interesse della società; per cui, trattandosi di società di capitali, il presunto reddito d’impresa non poteva essere imputato soltanto al contribuente.


L’Agenzia delle Entrate ha impugnato la pronuncia, contestando l’omessa valutazione di una valida giustificazione rispetto ai movimenti bancari emersi dall’indagine, oltre la mancata produzione da parte del contribuente di elementi analitici e documentali al fine di superare la presunzione legale di corrispondenza tra movimenti bancari non giustificati e redditi non dichiarati.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

La Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici di merito, accogliendo le motivazioni dell’Amministrazione finanziaria.
In proposito, i giudici della Suprema Corte hanno affermato che, in tema di imposte sui redditi, la presunzione legale della disponibilità di maggior reddito, desumibile dalle risultanze dei conti bancari (art. 32, co. 1, n. 2, del DPR n. 600 del 1973) non è riferibile ai soli titolari di reddito d’impresa o da lavoro autonomo, ma deve ritenersi esteso alla generalità dei contribuenti, in considerazione del rinvio contenuto nelle norme sull’accertamento del reddito complessivo delle persone fisiche (art. 38 del DPR n. 600 del 1973).


In particolare, secondo la disposizione normativa:
– i dati e gli elementi attinenti ai rapporti bancari possono essere utilizzati nei confronti di tutti i contribuenti destinatari di accertamenti (persone fisiche, titolari di reddito determinato in base alle scritture contabili, redditi di soggetti diversi dalle persone fisiche, redditi accertati d’ufficio);
– la presunzione legale secondo cui i versamenti e i prelevamenti sono considerati ricavi o compensi può essere utilizzata nei confronti dei soli titolari di reddito d’impresa o di reddito di lavoro autonomo, soggetti all’obbligo di tenuta delle scritture contabili.


Tuttavia, a seguito della pronuncia della Corte Costituzionale (sentenza n. 228 del 2014), che ha dichiarato l’illegittimità della presunzione di maggiori compensi desumibile dai prelevamenti effettuati dai titolari di reddito di lavoro autonomo, le operazioni bancarie di prelevamento hanno valore presuntivo nei confronti dei soli titolari di reddito di impresa, mentre quelle di versamento hanno efficacia presuntiva di maggiore disponibilità reddituale nei confronti di tutti i contribuenti, i quali possono contrastarne l’efficacia dimostrando che “ne hanno tenuto conto ai fini della determinazione del reddito soggetto ad imposta o che non hanno rilevanza allo stesso fine”.


Nel caso esaminato, osservano i giudici della Suprema Corte, la pretesa fiscale scaturisce da indagini bancarie disposte sui conti correnti intestati al contribuente, che hanno consentito di riscontrare numerose movimentazioni bancarie in entrata ed in uscita, incompatibili con i redditi di lavoro dipendente di cui il contribuente era titolare.
L’Agenzia delle Entrate, fornendo la prova che nell’anno oggetto di accertamento sui conti correnti personalmente intestati al contribuente erano affluite ingenti somme per accreditamenti bancari, ha dimostrato, avvalendosi della presunzione legale (art. 32, co. 1, n. 2, del DPR n. 600 del 1973) la disponibilità, da parte del contribuente, di maggiori redditi tassabili.
In tal caso, incombe sul contribuente l’onere di provare l’esatta provenienza di dette somme e, comunque, che si tratti di disponibilità reddituale esente da imposta.
A tal fine risulta irrilevante, dunque, la circostanza che, alla stregua delle risultanze del procedimento penale, non vi fossero elementi per ritenere che il contribuente avesse svolto il ruolo di amministratore di fatto della società e che avesse svolto attività d’impresa.
Al contrario deve ritenersi rilevante, ai fini del giudizio, verificare se i movimenti bancari siano stati o meno giustificati e, quindi, se da parte del contribuente sia stata o meno superata la presunzione legale di tra movimenti bancari e redditi.